Orientamento

foto orientamentoIL MIO APPROCCIO

                                                      

All’interno del vasto campo della psicologia troviamo una pluralità di orientamenti teorici e proposte metodologiche rispetto al modo di “leggere” il disagio psicologico e intervenire su di esso. I progressi della conoscenza psicologica e gli sviluppi all’interno di ciascun modello hanno favorito una integrazione e uno scambio reciproco tra i vari approcci, al fine di costruire percorsi efficaci di trattamento e rendere il più mirato possibile l’intervento del professionista. Il mio approccio segue l’orientamento cognitivo-costruttivista, avvalendosi di un metodo di base atto a rendere evidenti i meccanismi di funzionamento interni alla persona e dell’ausilio di strategie d’intervento provenienti da altre tradizioni psicoterapeutiche (in particolare, quella cognitivo-comportamentale). Tale approccio privilegia l’adattamento dell’intervento terapeutico alle caratteristiche del paziente e non viceversa, mettendo al primo posto l’efficacia del trattamento proposto piuttosto che l’adesione incondizionata ad una certa tradizione psicoterapeutica. Importanti presupposti di base da evidenziare sono i seguenti:

–          L’obiettivo della psicoterapia cognitiva è comprendere e spiegare le modalità di funzionamento dell’uomo, tutte le conoscenze ed informazioni (consapevoli e non) che utilizza per relazionarsi con il mondo, per effettuare valutazioni e orientare la propria condotta.

–          Riferimento alla teoria dell’attaccamento  di John Bowlby, esplicativa dei processi di sviluppo individuali. Secondo questa teoria, il bisogno di relazione è il bisogno primario di ogni essere umano, intrinseco in ogni individuo. L’essere umano nasce già predisposto biologicamente per entrare in relazione con l’altro: senza protezione affettiva non possiamo sopravvivere. Il bambino raccoglie informazioni su di sé e sul mondo in funzione di come le figure di attaccamento hanno trattato i suoi segnali e ciò che gli hanno rimandato. In quest’ottica, vi è una stretta interdipendenza tra processo di attaccamento e sviluppo del Sé: abbiamo bisogno di relazione perché solo all’interno di una relazione riusciamo a sviluppare un sentimento rispetto a noi stessi. I legami di attaccamento, quindi, strutturano l’identità.

–          L’UOMO è inteso come soggetto che elabora attivamente le informazioni interpretandole in funzione delle conoscenze che già possiede rispetto a sé e al mondo (“costruttivismo”). In base a questi presupposti l’individuo, nel corso del suo adattamento all’ambiente, attivamente formula ipotesi e aspettative in grado di guidare la percezione e l’azione

–          Ogni persona ha una sua logica interna, strutturatasi in base alle esperienze passate, che, se dotata di una certa flessibilità, può assimilare informazioni nuove ed accogliere invalidazioni rispetto a quelle immagazzinate, così da modificarsi di conseguenza e rendere più funzionale la capacità di orientarsi e fare previsioni, quindi di adattarsi. Pur mantenendo integro il proprio senso di identità personale, questo processo evolve gradualmente raggiungendo livelli di maggiore complessità.  Al contrario, un sistema rigido è in grado di accettare solo informazioni congruenti con quelle già possedute ma non di accogliere le disconferme, escludendole selettivamente dal proprio sistema conoscitivo.  In quest’ottica, il sintomo ha una funzione “adattiva”, quella cioè di mantenere una coerenza interna. Solo dopo che paziente e terapeuta saranno riusciti ad individuare la funzione svolta dai sintomi in questione, questi potranno essere sostituiti da altre modalità ugualmente adattive e funzionali a raggiungere gli scopi individuali ma integrate nel sistema individuale.

–          La nostra conoscenza del mondo non è paragonabile ad una fotografia: non esiste una realtà oggettiva già data poiché quanto percepito dipende dal punto di vista e dalle caratteristiche dell’osservatore. Ognuno di noi ha personali “lenti” attraverso cui vede il mondo, una visione soggettiva della realtà.  La nostra conoscenza della realtà quindi è sempre una costruzione personale. Non esistono modalità più o meno corrette di costruire le proprie esperienze, piuttosto il criterio è comprendere quanto queste siano adattive e funzionali al raggiungimento degli scopi della persona.

–          Il terapeuta quindi, nel ricostruire la logica interna del paziente, non si chiede “come” il sistema conoscitivo del paziente dovrebbe essere modificato ma perché le sue sensazioni, emozioni e pensieri siano proprio quello che sono, il significato sotteso alle sue peculiari modalità di spiegarsi la realtà dell’individuo.

–          La metodologia di lavoro è paragonabile al metodo maieutico : il terapeuta non possiede delle verità che devono essere trasmesse al paziente, ma induce il paziente ad auto-osservarsi dall’esterno in modo da rendere consapevoli i processi di pensiero e di attribuzione di significati prima automatici e non accessibili alla coscienza, e alle influenze che questi esercitano sul comportamento. Rielaborandoli e cogliendo la funzione e la valenza di queste modalità di rapportarsi alla realtà, il paziente, accompagnato dal terapeuta, potrà sostituire queste modalità con altre più adattive e ugualmente funzionali ai propri scopi.

 

IL CAMBIAMENTO E LA FORMAZIONE DEI SINTOMI

 

Durante l’arco della vita, ciascuno di noi va incontro a eventi che possono causare trasformazioni più o meno profonde del proprio senso di sé. Dal greco krisis (cambiamento; risoluzione),  il concetto di crisi come perturbazione, modificazione dell’esistenza di un individuo, è importante poiché si riferisce a tutti quei momenti che inevitabilmente incontriamo in ogni fase del ciclo di vita (infanzia, adolescenza, età adulta, senilità). Il modo in cui le nuove esperienze vengono integrate non è uguale per tutti, poiché l’assimilazione dell’esperienza non sempre appare al soggetto compatibile con il senso di sé costruito fino a quel momento: ogni volta che avviene un cambiamento, s’instaura una inevitabile fase di instabilità in cui il sistema di quella persona, nel tentativo di integrazione, deve riassestarsi e riorganizzarsi, pur conservando il proprio senso di identità personale. In base alla flessibilità strutturale del sistema della persona, ne può derivare un arricchimento del proprio bagaglio esperienziale oppure, nel caso in cui la nuova esperienza risulti troppo perturbante e non sia integrata nel sistema, si può formare un vero e proprio “blocco”, l’incapacità di assimilare una nuova esperienza, risultata evidentemente troppo perturbante . Da qui deriva la possibile formazione di sintomi,  che rappresentano un tentativo di adattamento della persona, forse l’unico in quel momento utilizzabile. La finalità dell’intervento terapeutico non è quello di eliminarli quanto quella di individuarne il significato (“a cosa ci servono i nostri sintomi?”), così da trovare modalità alternative di elaborazione maggiormente adattive e valorizzare le risorse del soggetto che gli consentono di mantenere coerente il proprio senso di sé.  La normalità o patologia di una crisi si collocano lungo un continuum, rappresentando differenti livelli di elaborazione e assimilazione dell’esperienza.

I disagi della sfera psichica consentono quindi, attraverso i sintomi,  di esplorare i bisogni individuali, e l’approccio costruttivista permette di  mettere a fuoco il momento in cui la persona non è riuscita a integrare nel proprio senso di sé esperienze percepite come  intollerabili, consentendo una valutazione esplicativa di come una singola persona, in un certo momento della sua vita, sia andata incontro a quello specifico scompenso.

 

 

LA RELAZIONE PAZIENTE-TERAPEUTA COME STRUMENTO DI CAMBIAMENTO

 

La relazione terapeutica nell’ottica costruttivista è caratterizzata da un’alleanza tra due persone che hanno due ruoli complementari, assimilabili a quella del ricercatore per il paziente e a quella del supervisore per il terapeuta.  Il contesto terapeutico potrebbe essere considerato come una sorta di palestra per il paziente che potrà qui prendere consapevolezza dei propri schemi interpersonali abituato ad attuare nelle relazioni attuandoli e ricostruendoli con l’aiuto del terapeuta, e sperimentare con ques’ultimo, quale nuova figura emotivamente significativa, nuovi  stili di rapporto affettivo, diversi e più funzionali.  Questo confronto esplicito con il terapeuta permetterà ulteriormente di riconsiderare le esperienze affettive significative della propria infanzia, di rivivere con il terapeuta, quale base affettiva sicura,  sensazioni e ricordi legati alle prime figure di attaccamento e collegarli all’immagine di noi stessi che ci siamo costruiti. Un rapporto alla pari, dove il terapeuta funge da esperto del metodo che ci guida alla scoperta di nuovi significati di noi stessi e di nuove prospettive attraverso cui leggere ciò che facciamo.